Senza l’alternanza scuola-lavoro staremmo meglio?

di Massimiliano Perticoni

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È pomeriggio di un venerdì di gennaio. In provincia di Udine fa freddo, ma c’è il sole: una bella giornata, tutto sommato. Lorenzo Parelli, un ragazzo di 18 anni che frequenta un corso professionale, è all’ultimo giorno del suo tirocinio in un’impresa di carpenteria metallica. Il tutor che doveva seguirlo quel giorno non c’era, in quarantena con il Covid, ma ormai mancano poche ore alla fine dell’orario di lavoro ed è sempre andato tutto bene. Ma proprio in quel momento, si consuma la tragedia: una trave d’acciaio, dal peso di 150 Kg, si stacca dall’argano e precipita sul ragazzo. Non c’è nulla da fare. Lorenzo muore in quell’attimo. Una giovanissima vita che viene spezzata in una maniera così insulsa non può che lasciare sgomenti, soprattutto tutti quegli studenti che, come Lorenzo, iniziano a vivere il mondo del lavoro come tirocinanti, all’interno dei vari progetti scolastici. Infatti, nonostante quello di Lorenzo fosse uno stage duale – diverso dai tirocini scolastici – a seguito del suo tragico incidente si è subito riacceso il dibattito sullo strumento dell’alternanza scuola-lavoro. Organizzazioni sindacali e studentesche di estrema sinistra sostengono che i tirocini scolastici, così come attualmente strutturati, favoriscano solo i profitti dei datori di lavoro, i quali sfruttano questa opportunità per procurarsi manodopera gratis in un contesto privo di adeguati standard di sicurezza. A queste critiche hanno replicato il governo e alcuni dei maggiori sindacati, rivendicando l’utilità dell’attuale sistema di scuola-lavoro e precisando che esso è costruito nell’interesse degli studenti al fine di fornire un po’ di quell’esperienza minima necessaria ad essere più appetibili nel mondo del lavoro.

Prima di approfondire entrambe le ragioni, però, chiariamo bene di cosa si tratta. L’alternanza scuola-lavoro, più ufficialmente PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento), è stata introdotta dalla L. 107 del 2015 e da allora ha subito qualche modifica nel 2018 e nel 2019. Essa rende obbligatoria, per tutte le studentesse e gli studenti degli ultimi tre anni di tutte le scuole superiori – licei compresi – un’esperienza pratica di lavoro nelle imprese operanti in settori inerenti al proprio piano di studi. Inizialmente le ore minime previste dalla normativa erano 200 per i licei e 400 per gli istituti tecnici e professionali, poi abbassate rispettivamente a 90, 150 e 210¹. Essendo un percorso formativo, tuttavia, è la scuola a convenzionarsi con i datori di lavoro e di conseguenza il tirocinante non è un lavoratore e come tale non ha diritto a retribuzione. In altre parole, essendo considerata una fase scolastica, il datore di lavoro non è obbligato a corrispondere allo studente alcun compenso. L’alternanza scuola-lavoro nasce soprattutto con il fine di ridurre i tempi della transizione tra scuola e lavoro, contrastando di conseguenza due altri gravissimi problemi sociali: la dispersione scolastica e la disoccupazione giovanile, che in Italia hanno dimensioni imponenti². In particolare, poi, assume proporzioni inquietanti il fenomeno dei NEET (Not in Education, Employment or Training), cioè i giovani che oltre a non essere in cerca di occupazione, non sono neanche impegnati in percorsi di istruzione o formazione: si stima che nel 2020 il 23,3% dei giovani italiani tra i 15 e i 29 anni sia in questa condizione, con un considerevole divario tra Nord e Sud³. E anche se è pur vero che i dati risentono degli effetti della pandemia, ciò è indice di un problema più profondo e già presente anche prima dell’emergenza sanitaria, ossia la scarsa attinenza tra le competenze acquisite dall’istruzione e quelle richieste dalle imprese nell’ambito lavorativo, il cosiddetto skill mismatch. Effetto di questo fenomeno è la disponibilità di molto lavoro che però richiede competenze possedute da poche persone: molta domanda, ma poca offerta insomma.

A questo punto è però lecito chiedersi se questo strumento abbia realizzato lo scopo per il quale è stato introdotto. E, pur tenendo conto di tutte le differenze regionali e il fatto che lo strumento esiste in Italia solo da pochi anni, un’analisi preliminare può già essere fatta. Uno studio di ALMALaurea e ALMADiploma dimostra che chi ha svolto questo tipo di esperienza in maniera seria ha il 40,6% in più di probabilità di lavorare rispetto a chi non lo ha fatto⁴. L’esperienza maturata durante i tirocini aiuta dunque i giovani ad essere molto più appetibili nel mercato del lavoro, giovani che possono così ambire a lavori meglio retribuiti e più in linea con il percorso di studi seguito. E in realtà non regge neanche la critica secondo cui l’alternanza scuola-lavoro permette ai datori di lavoro di sfruttare manodopera gratis. Basti pensare che le ore di stage attualmente previste sono, nel triennio, dalle 50 alle 210 all’anno a seconda della scuola frequentata, mentre un dipendente privato lavora mediamente oltre 1700 ore annue⁵. È chiaro che difficilmente un datore di lavoro può credere di sostituire un lavoratore stipendiato con un tirocinante.

Evidentemente, dunque, il problema non sta nell’alternanza scuola-lavoro, la quale, pur essendo sicuramente migliorabile, svolge un ruolo fondamentale per aumentare l’occupazione, soprattutto giovanile. Tuttavia, casi come quello di Lorenzo – di cui, purtroppo, si potrebbero fare numerosi esempi, magari meno tragici, ma non meno gravi – dimostrano che un problema c’è. Ma l’impressione è che ci si stia concentrando sul nemico sbagliato. Il nocciolo della questione dovrebbe piuttosto essere quello della sicurezza sul lavoro. Tutte le morti sul lavoro sono come tali inaccettabili, a prescindere dal contratto o dal percorso della vittima, anche perché le norme in materia di sicurezza già equiparano gli studenti in alternanza ai lavoratori. In effetti, sebbene dal dopoguerra ad oggi siano stati fatti grandissimi passi in avanti, i dati dell’INAIL dimostrano che da 20 anni a questa parte le morti sul lavoro non stiano calando⁶, e ciò nonostante un importante intervento legislativo nel 2008 (il D.Lgs. 81/2008). Quindi, liberandoci da pregiudizi ideologici e appoggiandoci a dati oggettivi, l’indignazione e la rabbia che abbiamo provato per la vicenda di Lorenzo devono essere rivolte al tema delle carenze oggettive in relazione alla sicurezza nei luoghi di lavoro. Perché, come disse uno dei più grandi italiani di tutti i tempi: “Gli affamati ed i disoccupati sono il materiale con il quale si edificano le dittature” (S. Pertini).

¹ MIUR Prima della L. 107/2015, ogni scuola poteva decidere autonomamente se dotarsi o meno di un programma di tirocinio, mentre adesso ciò è obbligatorio per ogni scuola superiore, fissando anche un numero minimo di ore (che nel 2018 è stato ridotto).

² LaVoce Info su dati Commissione Europea In Italia, per trovare lavoro, a un giovane occorrono mediamente 28 mesi (2 anni e 4 mesi), contro i 5 in Austria, gli 11 in Polonia e i 4 nel Regno Unito. Relativamente ai giovani con bassi livelli di istruzione, il dato italiano raggiunge i 58 mesi (quasi 5 anni). ISTAT Secondo l’ISTAT, nel 2021 l’indice di disoccupazione giovanile (15-24 anni) si è attestato attorno al 30%, con punte vicino al 50% nelle aree meno sviluppate del Paese. Il che significa che, in Italia, circa un under 25 su tre è disoccupato, raggiungendo, in alcune regioni, il preoccupante dato di un giovane su due. ISTAT Sempre secondo l’ISTAT, il 13,1% degli studenti abbandona precocemente gli studi, mentre la media della UE (a 27 Paesi) è pari al 9,9%. Anche qui pesano le differenze regionali: al Sud l’abbandono scolastico è al 16,3%, contro l’11% e l’11,5% rispettivamente del Nord e del Centro.

³ ISTAT - ⁴ AlmaLaurea

ISTAT Secondo le serie storiche dell’INAIL, negli anni ‘60 i morti sul lavoro erano circa 10 al giorno, ridotte a 8,1 negli anni ’70, fino ad arrivare alle 3,6 nel ventennio 2000-2020. - ⁶ INAIL